Il primo shock petrolifero che non mette in ginocchio gli EM
I mercati hanno rivalutato i paesi in base ai loro punti di forza e di debolezza, non più secondo la tradizionale divisione tra mercati emergenti e sviluppati. Questo rafforza un approccio agli investimenti basato sulla resilienza, fondato sulle “4R” – Posizione nelle risorse, Solidità delle riserve, Credibilità dei tassi e Struttura di rifinanziamento – che spiegano sempre meglio le differenze tra paesi. Sebbene mandati istituzionali, benchmark e organizzazione dei team di investimento continueranno nel prossimo futuro a basarsi sulla distinzione EM–DM, gli approcci di costruzione di portafoglio che si affidano principalmente a questa classificazione storica rischiano di diventare progressivamente meno rilevanti.
La nuova distinzione: resilienza contro fragilità, oltre EM–DM
Le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche – come Egitto, Romania, Corea del Sud, Grecia e Regno Unito – hanno subito le pressioni più forti sui mercati, mentre i paesi esportatori di materie prime hanno beneficiato di termini di scambio più favorevoli. Anche in uno scenario negativo con prezzi del petrolio oltre i 180 USD al barile, l’impatto maggiore si concentrerebbe proprio sui paesi importatori di energia.
La nuova linea di demarcazione: solidità fiscale, non etichetta
Dal taper tantrum del 2013, molti mercati emergenti hanno ricostruito la disciplina fiscale, rafforzato le partite correnti e stabilizzato le traiettorie del debito, affrontando lo shock della guerra con l’Iran con circa 1 punto percentuale di PIL in più di margine fiscale rispetto all’inizio della pandemia. Oggi le economie emergenti rappresentano circa il 60% del PIL globale in termini di parità di potere d’acquisto, rispetto a circa il 40% nel 2000. Le riserve valutarie hanno continuato a rafforzarsi in Medio Oriente, Asia centrale ed Europa emergente, mentre diverse economie avanzate restano intrappolate in disavanzi fiscali persistenti e in un deterioramento delle posizioni esterne.

